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Georgina Spengler  - Veli                                                                                                                                                                  CLOSE                                                                                                                                                    


Veli velare velarium: una parola che oggi forse ancor più di ieri allude ed evoca possibili nascondimenti, ma anche aperture: il velo da sposa allusione di un'integrità rivendicata, ed esibita; il velo del chador, emblema, invece, di una esclusione e separatezza altrettanto rivendicata ed esibita.

Quindi velare, nascondere, ma anche, e soprattutto, lasciar affiorare in modo più o meno impercettibile tracce di vibrazioni interne in cui convivono desideri e paure. I Veli di Georgina Spengler costituiscono uno strumento efficace per far emergere iI mondo interiore. L’occasione nasce dalla scoperta di un grembiule da cerimonia, una veste matrimoniale tradizionale greca, conservata al Museo Benaki di Atene.

Come dice Breton, la creazione artistica può essere considerata I'atto di scegliere non come una proiezione del proprio gusto ma come una manifestazione dell'indifferenza. L'indifferenza è casualità dell'incontro: non era stata cercata quella veste, è stata trovata casualmente .L'artista si è trovata di fronte a qualcosa di inatteso, di sconosciuto ma che inconsciamente cercava: è l’incontro con un frammento di mondo suscettibile di trasformazioni involontarie. Il grembiule, apparso per caso, diventa l'attivatore  di sensazioni e fantasie che l'artista ha saputo far emergere ed è come se quell’oggetto cosi ordinario si fosse isolato dalla realtà quotidiana per approdare ad una sfera del tutto privata.

L'artista si impossessa mentalmente della veste e la trasforma in una sorta di icona di genere in cui convivono i fondamenti di una cultura femminile orientale arcaica e riflessioni sulla propria identità.

L'Oriente ha sempre costituito per Georgina Spengler una seduzione intellettuale molto forte, una fonte di ispirazione complessa e rielaborata intimamente tramite assonanze culturali anche di origine familiare  (il padre e la madre, docente di Storia Mediorientale hanno vissuto a lungo in Egitto).

In quest’occasione l'artista presenta due serie distinte di dipinti su tavola, Hortus ConcÍusus (2002-2003) e Veli (2005-2006), ma intimamente connesse, tramite le quali possibile cogliere lo snodarsi di una ricerca artistica,  che parte dal segnare i confini del proprio spazio interiore attraverso una rigorosa partizione geometrica della tavola (Hortus Conclusus) per giungere poi a scandagliare l’identità femminile tramite slittamenti grafici dell'antica veste (Veli). è in quest'ultima serie che I'artista ha giocato sulla polivalenza del significato del grembiule individuando anche due momenti diversi del suo uso: un utilizzo quotidiano in  cui  la veste costringe il femminile a soggiacere a costrizioni antiche, e un utilizzo legato alla cerimonia dove, sempre all’interno  di una configurazione geometrica di legami, emerge un mondo straordinario sottomarino, una sorta di acquario fantastico dove animali fantastici, alghe, vegetazioni, conchiglie, pesci evocano desideri da Mille e una notte.

L'Oriente dell'artista diventa spazio mentale, dove si consuma Ia perdita dell'oggetto: dai dipinti su legno trapela un mondo fatto di assenze umane, tracce di vita emergono attraverso un susseguirsi di cancellazioni, di segni stratificati di graffite, matita, cera. Sono veÍi di colore che nascondono e alludono nello stesso tempo.


Tiziana Musi